Per un efficace ora di adorazione…

I sadducei e la risurrezione

Buona adorazione fratello e sorella evangelizzatore!

Per prima cosa prendi consapevolezza di essere alla presenza di Gesù.

Se puoi inginocchiati qualche istante.

Se vuoi ripeti le parole : Ci sazieremo, Signore, contemplando il tuo volto.

Fa il segno della croce lentamente guardando Gesù eucaristia.

(Non disdegnare questi riti introduttivi, se non ti piacciono crearne dei tuoi, ma hai bisogno di prendere consapevolezza di dove sei)

Ora invoca lo Spirito Santo senza il quale non si può pregare.

Possibile frase da ripetere più volte come invocazione:

“Vieni Spirito Santo e prendi dimora nella mia casa”

Prima di metterti in ascolto della Sua Parola, mettiti ora nell’atteggiamento giusto davanti a Lui lodandolo; puoi farlo con le parole del Salmo:

Ascolta, Signore, la mia giusta causa,
sii attento al mio grido.
Porgi l’orecchio alla mia preghiera:
sulle mie labbra non c’è inganno. 
.

Tieni saldi i miei passi sulle tue vie
e i miei piedi non vacilleranno.
Io t’invoco poiché tu mi rispondi, o Dio;
tendi a me l’orecchio, ascolta le mie parole, 

Custodiscimi come pupilla degli occhi,
all’ombra delle tue ali nascondimi,
io nella giustizia contemplerò il tuo volto,
al risveglio mi sazierò della tua immagine. 

Ora siamo pronti ad ascoltarlo: Dal Vangelo secondo Luca (Lc 20,27-38)
 
In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni sadducèi – i quali dicono che non c’è risurrezione – e gli posero questa domanda: «Maestro, Mosè ci ha prescritto: “Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello”. C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie».
 Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui».

Prima di leggere il commento,scegli una frase del brano letto e ripetila più volte guardando Gesù 

Commento al Vangelo


Il problema, comunque, rimane, e così la domanda: “Cosa ci sarà dopo questa vita?”. Nessuno di noi ne ha la certezza; molti ne hanno la speranza; alcuni, hanno la pretesa e l’ardire di riderci sopra, facendosi gioco di chi, in questo aldilà, ha riposto molto più che una speranza. E tra chi “se ne fa un baffo” di questa speranza c’è chi, come i sadducei del Vangelo, ha riposto la propria speranza in qualcosa di senza dubbio molto più concreto, ma altrettanto certamente più effimero. Chi erano, questi “tipetti” con cui Gesù garbatamente si scontra sul tema dell’aldilà? I sadducei erano una delle tante sette in cui era divisa la religione giudaica ai tempi di Gesù: perlopiù, erano esponenti di una classe aristocratica molto potente, discendente da Sadoq, che era il sacerdote che aveva consacrato re Salomone. Un gruppo, quindi, abituato ad avere le mani in pasta nell’elezione dei governanti, forte soprattutto del proprio potere economico. È abbastanza comprensibile, allora, che una setta di questo tipo guardasse molto più alle cose della terra che a quelle del cielo. Il loro stesso modo di leggere la Bibbia era molto particolare: si concentravano solo sui primi cinque libri, quelli della Legge, trascurando totalmente i libri sapienziali e quelli profetici che, guarda caso, erano gli unici che parlavano di resurrezione e di un mondo “aldilà” di quello in cui ci troviamo a vivere. Del resto, a loro un mondo “aldilà” non solo non interessava, ma dava fastidio perché apriva gli occhi alla gente su una speranza, su qualcosa per il quale valesse la pena lottare in questo mondo per dare un senso alla vita. E lottare significava minare il potere di chi si sentiva superiore agli altri, appunto come i sadducei.
E allora il loro “giochetto” con Gesù (che riprende, in burla, la storia di Sara e Tobi) è volto veramente a prendersi gioco della speranza, sia di quella futura sia di quella terrena: per chi nasce disperato, povero, abietto, emarginato, per chi è incapace a produrre e generare vita, pensare di avere una possibilità o una speranza è fuori da ogni logica, né ora né mai. Il potere e il denaro sono le due uniche logiche che governano il mondo: e di fronte a esse non c’è verso di dare speranza a chi ne rimane fuori. Il problema è che i sadducei non hanno fatto i conti con l’oste, e non hanno capito chi era il loro interlocutore. Si sono creduti talmente furbi da poterlo superare citandogli la Parola di Dio, per di più in maniera errata, perché la storia di Tobi e Sara termina positivamente. Ma il loro avversario risponde loro citando proprio il cuore del Pentateuco, degli unici libri che essi conoscevano, ossia l’episodio del roveto ardente, in cui Dio rivela la sua identità a Mosè. E la sua identità non è quella di un Dio di morti sepolti e dimenticati, ma di un Dio la cui forza sta nella sua presenza costante ed eterna lungo la storia, una presenza nella quale anche i patriarchi, gli antepassati, gli antenati di un popolo continuano a vivere nel popolo stesso.
La vita non si ferma mai, la speranza neppure: e chi cerca di averne il sopravvento perché forte delle sue ricchezze e del suo potere, ha già perso la partita. Come sarà, allora, l’aldilà? I sadducei non lo sapranno mai, e in maniera precisa e dettagliata nemmeno il Signore Gesù ce lo dice. Di certo, la vita non finisce, e neppure la speranza: e se c’è un destino di gloria che va oltre la morte, questo è così perché qui, sulla terra, si è vissuta la vita con intensità, con forza e con ostinazione combattendo contro tutto ciò che parla di morte.
Perché “Dio non è Dio dei morti, ma dei viventi”. (don Alberto Bringnoli)

Ora riprendi il testo biblico e scegli ancora un versetto (può essere lo stesso), 

e ripetilo guardando Gesù.

Alla luce di tutto quello che hai vissuto fino ad ora intercedi a favore dei tuoi fratelli e sorella di cellula e per le persone del tuo oikos, UNO PER UNO! 

zaccheo

Buona adorazione fratello e sorella evangelizzatore!

Per prima cosa prendi consapevolezza di essere alla presenza di Gesù.

Se puoi inginocchiati qualche istante.

Se vuoi ripeti le parole :“ Benedirò il tuo nome per sempre, Signore.”

Fa il segno della croce lentamente guardando Gesù eucaristia.

(Non disdegnare questi riti introduttivi, se non ti piacciono crearne dei tuoi, ma hai bisogno di prendere consapevolezza di dove sei)

Ora invoca lo Spirito Santo senza il quale non si può pregare.

Possibile frase da ripetere più volte come invocazione:

“Vieni Spirito Santo e prendi dimora nella mia casa”

Prima di metterti in ascolto della Sua Parola, mettiti ora nell’atteggiamento giusto davanti a Lui lodandolo; puoi farlo con le parole del Salmo:

O Dio, mio re, voglio esaltarti
e benedire il tuo nome in eterno e per sempre.
Ti voglio benedire ogni giorno,
lodare il tuo nome in eterno e per sempre. 

Misericordioso e pietoso è il Signore,
lento all’ira e grande nell’amore.
Buono è il Signore verso tutti,
la sua tenerezza si espande su tutte le creature. 

Fedele è il Signore in tutte le sue parole
e buono in tutte le sue opere.
Il Signore sostiene quelli che vacillano
e rialza chiunque è caduto
.


Ora siamo pronti ad ascoltarlo:

Dal Vangelo secondo Luca  (Lc 19,1-10)

In quel tempo, Gesù entrò nella città di Gèrico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zacchèo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là.
 Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zacchèo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!».
 Ma Zacchèo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto».
Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

Prima di leggere il commento,

scegli una frase del brano letto e ripetila più volte guardando Gesù 

Commento al Vangelo


Gesù passando alzò lo sguardo. Zaccheo cerca di vedere Gesù e scopre di essere guardato. Il cercatore si accorge di essere cercato: Zaccheo, scendi, oggi devo fermarmi a casa tua. Il nome proprio, prima di tutto. La misericordia è tenerezza che chiama ognuno per nome. Non dice: Zaccheo, scendi e cambia vita; scendi e andiamo a pregare… Se avesse detto così, non sarebbe successo nulla: quelle parole Zaccheo le aveva già sentite da tutti i pii farisei della città. Zaccheo prima incontra, poi si converte. Da Gesù nessuna richiesta di confessare o espiare il peccato, come del resto non accade mai nel Vangelo; quello che Gesù dichiara è il suo bisogno di stare con lui: “devo venire a casa tua. Devo, lo desidero, ho bisogno di entrare nel tuo mondo. Non ti voglio portare nel mio mondo, come un qualsiasi predicatore fondamentalista; voglio entrare io nel tuo, parlare con il tuo linguaggio piano e semplice”. E non pone nessuna condizione all’incontro, perché la misericordia fa così: previene, anticipa, precede. Non pone nessuna clausola, apre sentieri, insegna respiri e orizzonti. È lo scandalo della misericordia incondizionata. Devo venire a casa tua. Ma poi non basta. Non solo a casa tua, ma alla tua tavola. La tavola che è il luogo dell’amicizia, dove si fa e di rifà la vita, dove ci si nutre gli uni degli altri, dove l’amicizia si rallegra di sguardi e si rafforza di intese; che stabilisce legami, unisce i commensali… Quelle tavole attorno alle quali Gesù riunisce i peccatori sono lo specchio e la frontiera avanzata del suo programma messianico. Dio alla mia tavola, come un familiare, intimo come una persona cara, un Dio alla portata di tutti. Ecco il metodo sconcertante di Gesù: cambia i peccatori mangiando con loro, cioè condividendo cibo e vita; non cala prediche dall’alto del pulpito, ma si ferma ad altezza di occhi, a millimetro di sguardi. Ammonisce senza averne l’aria, con la sorpresa dell’amicizia, che ripara le vite in frantumi. Zaccheo reagisce alla presenza di Gesù cambiando segno alla sua vita, facendo quello che il maestro non gli aveva neppure chiesto, facendo più di quello che la Legge imponeva: ecco qui, Signore, la metà dei miei beni per i poveri; e se ho rubato, restituisco quattro volte tanto. Qual è il motore di questa trasformazione? Lo sbalordimento per la misericordia, una impensata, immeritata, non richiesta misericordia; lo stupore per l’amicizia. Gesù non ha elencato gli errori di Zaccheo, non l’ha giudicato, non ha puntato il dito. Ha offerto se stesso in amicizia, gli ha dato credito, un credito totale e immeritato. Il peccatore si scopre amato. Amato senza meriti, senza un perché. Semplicemente amato. 

E allora rinasce.

Ora riprendi il testo biblico e scegli ancora un versetto (può essere lo stesso), 

e ripetilo guardando Gesù.

Alla luce di tutto quello che hai vissuto fino ad ora intercedi a favore dei tuoi fratelli e sorella di cellula e per le persone del tuo oikos, UNO PER UNO! 

Il fariseo e il pubblicano

Buona adorazione fratello e sorella evangelizzatore!

Per prima cosa prendi consapevolezza di essere alla presenza di Gesù.

Se puoi inginocchiati qualche istante.

Se vuoi ripeti le parole :“ Il povero grida e il Signore lo ascolta.”

Fa il segno della croce lentamente guardando Gesù eucaristia.

(Non disdegnare questi riti introduttivi, se non ti piacciono crearne dei tuoi, ma hai bisogno di prendere consapevolezza di dove sei)

Ora invoca lo Spirito Santo senza il quale non si può pregare.

Possibile frase da ripetere più volte come invocazione:

“Vieni, o Fuoco di Dio, capace di distruggere la mia superbia

Prima di metterti in ascolto della Sua Parola, mettiti ora nell’atteggiamento giusto davanti a Lui 

lodandolo; puoi farlo con le parole del Salmo:

Benedirò il Signore in ogni tempo,
sulla mia bocca sempre la sua lode.
Io mi glorio nel Signore:
i poveri ascoltino e si rallegrino

Il volto del Signore contro i malfattori,
per eliminarne dalla terra il ricordo.
Gridano e il Signore li ascolta,
li libera da tutte le loro angosce. 

Il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato,
egli salva gli spiriti affranti.
Il Signore riscatta la vita dei suoi servi;
non sarà condannato chi in lui si rifugia.


Ora siamo pronti ad ascoltarlo:

Dal Vangelo secondo Luca Lc 18,9-14

In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

Prima di leggere il commento, scegli una frase del brano letto e ripetila più volte guardando Gesù 

Commento al Vangelo

Due uomini vanno al tempio a pregare. Uno, ritto in piedi, prega ma come rivolto a se stesso:

 «O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, rapaci, ingiusti, impuri…».
Inizia con le parole giuste, l’avvio è biblico: metà dei Salmi sono di lode e ringraziamento. Ma mentre a parole si rivolge a Dio, il fariseo in realtà è centrato su se stesso, stregato da una parola di due sole lettere, che non si stanca di ripetere, io: io ringrazio, io non sono, io digiuno, io pago. Ha dimenticato la parola più importante del mondo: tu.

Pregare è dare del tu a Dio. Vivere e pregare percorrono la stessa strada profonda: la ricerca mai arresa di un tu, un amore, un sogno o un Dio, in cui riconoscersi, amati e amabili, capaci di incontro vero.
«Io non sono come gli altri»: e il mondo gli appare come un covo di ladri, dediti alla rapina, al sesso, all’imbroglio. Una slogatura dell’anima: non si può pregare e disprezzare; non si può cantare il gregoriano in chiesa e fuori essere spietati. Non si può lodare Dio e demonizzare i suoi figli. 

Questa è la paralisi dell’anima. In questa parabola di battaglia, Gesù ha l’audacia di denunciare che la preghiera può separarci da Dio, può renderci “atei”, mettendoci in relazione con un Dio che non esiste, che è solo una proiezione di noi stessi. Sbagliarci su Dio è il peggio che ci possa capitare, perché poi ci si sbaglia su tutto, sull’uomo, su noi stessi, sulla storia, sul mondo (Turoldo).
Il pubblicano, grumo di umanità curva in fondo al tempio, ci insegna a non sbagliarci su Dio e su noi: fermatosi a distanza, si batteva il petto dicendo: «O Dio, abbi pietà di me peccatore».
C’è una piccola parola che cambia tutto nella preghiera del pubblicano e la fa vera: «tu». Parola cardine del mondo: «Signore, tu abbi pietà». E mentre il fariseo costruisce la sua religione attorno a quello che egli fa per Dio (io prego, pago, digiuno…), il pubblicano la costruisce attorno a quello che Dio fa per lui (tu hai pietà di me peccatore) e si crea il contatto: un io e un tu entrano in relazione, qualcosa va e viene tra il fondo del cuore e il fondo del cielo. Come un gemito che dice: «Sono un ladro, è vero, ma così non sto bene, così non sono contento. Vorrei tanto essere diverso, non ce la faccio, ma tu perdona e aiuta».
«Tornò a casa sua giustificato». Il pubblicano è perdonato non perché migliore o più umile del fariseo (Dio non si merita, neppure con l’umiltà), ma perché si apre – come una porta che si socchiude al sole, come una vela che si inarca al vento – si apre alla misericordia, a questa straordinaria debolezza di Dio che è la sua>unica onnipotenza, la sola forza che ripartorisce in noi la vita.

Ora riprendi il testo biblico e scegli ancora un versetto (può essere lo stesso), e ripetilo guardando Gesù.

Alla luce di tutto quello che hai vissuto fino ad ora intercedi a favore dei tuoi fratelli e sorella di cellula e per le persone del tuo oikos, UNO PER UNO! 

ottobre - ... la preghiera di intercessione

Buona adorazione fratello e sorella evangelizzatore!

Per prima cosa prendi consapevolezza di essere alla presenza di Gesù.

Se puoi inginocchiati qualche istante.

Se vuoi ripeti le parole : Il mio aiuto viene dal Signore”

Fa il segno della croce lentamente guardando Gesù eucaristia.

(Non disdegnare questi riti introduttivi, se non ti piacciono crearne dei tuoi, ma hai bisogno di prendere consapevolezza di dove sei)

Ora invoca lo Spirito Santo senza il quale non si può pregare.

Possibile frase da ripetere più volte come invocazione:

“Vieni Spirito Santo le nostre menti illumina, del ciel la grazia accordaci”

Prima di metterti in ascolto della Sua Parola, mettiti ora nell’atteggiamento giusto davanti a Lui lodandolo; puoi farlo con le parole del Salmo:

Alzo gli occhi verso i monti:
da dove mi verrà l’aiuto?
Il mio aiuto viene dal Signore:
egli ha fatto cielo e terra. 

Il Signore è il tuo custode,
il Signore è la tua ombra
e sta alla tua destra.
Di giorno non ti colpirà il sole,
né la luna di notte. 

Non lascerà vacillare il tuo piede,
non si addormenterà il tuo custode.
Non si addormenterà, non prenderà sonno
il custode d’Israele. 

Il Signore ti custodirà da ogni male:
egli custodirà la tua vita.
Il Signore ti custodirà quando esci e quando entri,
da ora e per sempre.
 

 
Ora siamo pronti ad ascoltarlo:

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 18,1-8
 In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: «In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”. Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”». E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».

Prima di leggere il commento,

scegli una frase del brano letto e ripetila più volte guardando Gesù 

Commento al Vangelo

La preghiera è il respiro della vita
Disse una parabola sulla necessità di pregare sempre senza stancarsi mai. Il pericolo che minaccia la preghiera è quello della stanchezza: qualche volta, spesso pregare stanca, anche Dio può stancare. È la stanchezza di scommettere sempre sull’invisibile, del grido che non ha risposta, quella che avrebbe potuto fiaccare la vedova della parabola, alla quale lei non cede.
Gesù ha una predilezione particolare per le donne sole che rappresentano l’intera categoria biblica dei senza difesa, vedove orfani poveri, i suoi prediletti, che egli prende in carico e ne fa il collaudo, il laboratorio di un mondo nuovo. Così di questa donna sola: c’era un giudice corrotto in una città, una vedova si recava ogni giorno da lui e gli chiedeva: fammi giustizia contro il mio avversario!
Che bella figura, forte e dignitosa, che nessuna sconfitta abbatte, fragile e indomita, maestra di preghiera: ogni giorno bussa a quella porta chiusa. Come lei, anche noi: quante preghiere sono volate via senza portare una risposta! Ma allora, Dio esaudisce o no le nostre preghiere? «Dio esaudisce sempre: non le nostre richieste, le sue promesse» (Bonhoeffer). E il Vangelo ne trabocca: sono venuto perché abbiate la vita in pienezza, non vi lascerò orfani, sarò con voi tutti i giorni fino alla fine del tempo, il Padre sa di cosa avete bisogno.
Con l’immagine della vedova mai arresa Gesù vuole sostenere la nostra fiducia: Se un giudice, che è in tutto all’opposto di Dio, alla fine ascolta, Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti che gridano a lui, prontamente? Li farà a lungo aspettare? Ci perdoni il Signore, ma a volte la sensazione è proprio questa, che Dio non risponda così prontamente e che ci faccia a lungo aspettare.
Ma quel prontamente di Gesù non si riferisce a una questione temporale, non vuol dire «subito», ma «sicuramente». Il primo miracolo della preghiera è rinsaldare la fede, farla poggiare sulla prima certezza che la parabola trasmette: Dio è presente nella nostra storia, non siamo abbandonati. Dio interviene, ma non come io vorrei, come lui vorrà. Seconda certezza: un granello di senape di fede, una piccola vedova che non si lascia fiaccare, abbattono le mura. La preghiera è un «no» gridato al «così vanno le cose». È il primo vagito di una storia nuova che Dio genera con noi.
La preghiera è il respiro della fede (papa Francesco): pregare è una necessità, perché se smetto di respirare smetto di vivere. Questo respiro, questo canale aperto in cui scorre l’ossigeno di Dio, viene prima di tutto, prima di chiedere un dono particolare, un aiuto, una grazia. È il respiro della vita, come per due che si amano, il respiro del loro amore.

Ora riprendi il testo biblico e scegli ancora un versetto (può essere lo stesso), 

e ripetilo guardando Gesù.

Alla luce di tutto quello che hai vissuto fino ad ora intercedi a favore dei tuoi fratelli e sorella di cellula e per le persone del tuo oikos, UNO PER UNO! 

Settembre 4

Buona adorazione fratello e sorella evangelizzatore!

Per prima cosa prendi consapevolezza di essere alla presenza di Gesù.

Se puoi inginocchiati qualche istante.

Se vuoi ripeti le parole : Benedetto il Signore che rialza il povero”

Fa il segno della croce lentamente guardando Gesù eucaristia.

(Non disdegnare questi riti introduttivi, se non ti piacciono crearne dei tuoi, ma hai bisogno di prendere consapevolezza di dove sei)

Ora invoca lo Spirito Santo senza il quale non si può pregare.

Possibile frase da ripetere più volte come invocazione:

“Vieni Spirito Santo e nella fatica che tu sia ristoro, e nel pianto conforto.

Prima di metterti in ascolto della Sua Parola, mettiti ora nell’atteggiamento giusto davanti a Lui lodandolo; puoi farlo con le parole del Salmo:

Lodate, servi del Signore,
lodate il nome del Signore.
Sia benedetto il nome del Signore,
da ora e per sempre. 

Su tutte le genti eccelso è il Signore,
più alta dei cieli è la sua gloria.
Chi è come il Signore, nostro Dio,
che siede nell’alto
e si china a guardare
sui cieli e sulla terra? 

Solleva dalla polvere il debole,
dall’immondizia rialza il povero,
per farlo sedere tra i prìncipi,
tra i prìncipi del suo popolo.
 
 Ora siamo pronti ad ascoltarlo:

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 16,1-13

In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli:
 «Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”.
 L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”.
 Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”.
 Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce.
 Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne.
 Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?
 Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».

Prima di leggere il commento,

scegli una frase del brano letto e ripetila più volte guardando Gesù 

Commento al Vangelo

“La sorpresa: il padrone loda chi l’ha derubato. Il resto è storia di tutti i giorni e di tutti i luoghi, di furbi disonesti è pieno il mondo. Quanto devi al mio padrone? Cento? Prendi la ricevuta e scrivi cinquanta. La truffa continua, eppure sta accadendo qualcosa che cambia il colore del denaro, ne rovescia il significato: l’amministratore trasforma i beni materiali in strumento di amicizia, regala pane, olio – vita – ai debitori. Il benessere di solito chiude le case, tira su muri, inserisce allarmi, sbarra porte; ora invece il dono le apre: mi accoglieranno in casa loro. E il padrone lo loda. Non per la disonestà, ma per il capovolgimento: il denaro messo a servizio dell’amicizia. (…)

Fatevi degli amici donando ciò che potete e più di ciò che potete, ciò che è giusto e perfino ciò che non lo è! Non c’è comandamento più umano. (…)

Perché io, amministratore poco onesto, che ho sprecato così tanti doni di Dio, dovrei essere accolto nella casa del cielo? Perché lo sguardo di Dio cerca in me non la zizzania ma la spiga di buon grano. Perché non guarderà a me, ma attorno a me: ai poveri aiutati, ai debitori perdonati, agli amici custoditi. Perché la domanda decisiva dell’ultimo giorno non sarà: vediamo quanto pulite sono le tue mani, o se la tua vita è stata senza macchie; ma sarà dettata da un altro cuore: hai lasciato dietro di te più vita di prima? Mi piace tanto questo Signore al quale la felicità dei figli importa più della loro fedeltà; che accoglierà me, fedele solo nel poco e solo di tanto in tanto, proprio con le braccia degli amici, di coloro cui avrò dato un po’ di pane, un sorriso, una rosa. Siate fedeli nel poco. Questa fedeltà nelle piccole cose è possibile a tutti, è l’insurrezione degli onesti, a partire da se stessi, dal mio lavoro, dai miei acquisti… Chi vince davvero, qui nel gioco della vita e poi nel gioco dell’eternità? Chi ha creato relazioni buone e non ricchezze, chi ha fatto di tutto ciò che possedeva un sacramento di comunione.”

Ora riprendi il testo biblico e scegli ancora un versetto (può essere lo stesso), 

e ripetilo guardando Gesù.

Alla luce di tutto quello che hai vissuto fino ad ora intercedi a favore dei tuoi fratelli e sorella di cellula e per le persone del tuo oikos, UNO PER UNO! 

Siamo servi inutili

Buona adorazione fratello e sorella evangelizzatore!

Per prima cosa prendi consapevolezza di essere alla presenza di Gesù.

Se puoi inginocchiati qualche istante.

Se vuoi ripeti le parole : “Ascoltate oggi la voce del Signore

Fa il segno della croce lentamente guardando Gesù eucaristia.

(Non disdegnare questi riti introduttivi, se non ti piacciono crearne dei tuoi, ma hai bisogno di prendere consapevolezza di dove sei)

Ora invoca lo Spirito Santo senza il quale non si può pregare.

Possibile frase da ripetere più volte come invocazione:

“Vieni Spirito Santo invadi  nell’intimo il cuore dei tuoi fedeli.”

Prima di metterti in ascolto della Sua Parola, mettiti ora nell’atteggiamento giusto davanti a Lui lodandolo; puoi farlo con le parole del Salmo:

Venite, cantiamo al Signore,
acclamiamo la roccia della nostra salvezza.
Accostiamoci a lui per rendergli grazie,
a lui acclamiamo con canti di gioia.

Entrate: prostràti, adoriamo,
in ginocchio davanti al Signore che ci ha fatti.
È lui il nostro Dio
e noi il popolo del suo pascolo,
il gregge che egli conduce.

Se ascoltaste oggi la sua voce!
«Non indurite il cuore come a Merìba,
come nel giorno di Massa nel deserto,
dove mi tentarono i vostri padri:
mi misero alla prova
pur avendo visto le mie opere».

Ora siamo pronti ad ascoltarlo:

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 17,5-10

In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!».

Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe.

Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?

Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

Prima di leggere il commento,

scegli una frase del brano letto e ripetila più volte guardando Gesù

Commento al Vangelo

Nel Vangelo di oggi si parla di un granello di senape.

Voglio soffermarmi su questo granello così potete capire meglio il significato delle parole di Gesù.

Non so voi, ma io non avevo mai avevo visto i fiori della senape fino a qualche anno fa… poi, in occasione di un pellegrinaggio in Terra Santa, ho avuto modo di trovarli e così me ne sono portata a casa un rametto che ho fatto seccare e che ora tengo come caro ricordo dentro la Bibbia.

Sono fiori molto carini, gialli, con forma cilindrica e da lì si sviluppa il frutto che contiene numerosissimi semi piccoli, rotondi e scuri. Ci sono vari tipi di senape, ma quella di cui parlava Gesù era quella “nera”, sia perché molto diffusa in Medio Oriente, sia perché è quella che raggiunge l’altezza maggiore (fino a tre metri).

Qui è proprio il caso di dire che bisogna vedere per credere quanto minuscoli siano i granellini di senape: pensate… la loro dimensione è anche meno di un millimetro!

Io sono rimasta sbalordita dalla loro piccolezza, in particolar modo perché pensavo alle parole che abbiamo sentito nel Vangelo di oggi: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe». Vorrei anche farvi notare che il gelso era considerato un albero molto difficile da sradicare per la forza che le sue radici hanno nell’ancorarsi al terreno…

Allora, agli apostoli che dicono: «Accresci in noi la fede!» Gesù risponde proprio questo: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe».

Questa risposta di Gesù ci presenta un’immagine quasi inverosimile ma che ci fa capire che, anche se la nostra fede è piccolissima, è sempre efficace e capace di fare cose grandi.

Gli apostoli riconoscono di avere poca fede (dal momento che chiedono che possa crescere) e Gesù, buono e misericordioso, non diminuisce il valore del poco che hanno, anzi riconosce che loro possono compiere qualcosa di straordinario: parlare a un gelso e comandargli di sradicarsi e trapiantarsi nel mare.

A Lui non importa la quantità della nostra fede, gli preme piuttosto la sua qualità, la sua autenticità.

Ma, per cercare di comprende meglio queste parole di Gesù, voglio addentrarmi con voi in un argomento un po’ difficile da capire col cervello in quanto bisogna capirlo col cuore. Apriamo allora ben bene i nostri cuori.
Finora abbiamo parlato di fede. Ma cos’è la fede?
È un atto di fiducia nel Signore.

Facciamo un esempio molto concreto di cui fate esperienza ogni giorno.

Voi vi fidate dei vostri genitori? Affidate a loro la vostra vita, i vostri pensieri, i vostri dubbi, le vostre gioie o dolori, le vostre difficoltà? Affidate a loro tutto di voi?

Penso proprio di sì, innanzitutto perché vi rendete conto di quanto amore hanno nei vostri confronti ed inoltre perché avete la consapevolezza che, senza di loro, non potreste vivere in quanto siete ancora piccoli, fragili, bisognosi di cure ed attenzioni che solo mamma e papà vi possono dare.

Con il Signore è la stessa cosa. “Avere fede, credere” non è credere che Dio esista, ma è affidarsi a Lui, mettersi nelle Sue mani certi che vuole solo il bene per noi, è riconoscere la nostra fragilità e capire che noi da soli non ce la possiamo fare.

Ma come si fa a fare questo? Ci si deve comportare come ci comportiamo con il nostro amico del cuore. Penso che tutti voi abbiate un amico di cui vi fidate al cento per cento, con cui parlate anche delle cose personali, un amico con cui giocate volentieri perché c’è sintonia, con cui non fate a pugni perché vi capite, un amico per il quale rinuncereste al gioco preferito per donarglielo e farlo contento… un amico senza il quale la vostra vita non sarebbe la stessa.

Ecco, Gesù è il nostro Amico con la “A” maiuscola, è l’Amico di cui ci si può fidare.

È necessario, però, avere una relazione personale con lui, il che significa parlargli, pregarlo, ascoltare le sue parole. Come?

Trovando dei momenti durante la giornata per stare solamente con lui, magari in un angolo particolare della nostra casa scelto come luogo di ritrovo quotidiano. Dicendogli quello che sentiamo nel cuore, le nostre gioie, le nostre difficoltà. Leggendo un pezzettino di Vangelo… sapete che il Vangelo è proprio Parola del Signore?

Se a volte ci sembra che Lui non ci parli, leggiamo il Vangelo! Sono le parole che Lui vuole dire proprio a ciascuno di noi.

E così, un po’ alla volta, aumenta la nostra fiducia in Lui, aumenta la nostra fede.

Anche agli apostoli, abbiamo sentito, sembrava di avere una fede piccola… ma, anche se minuscola come un granello di senape, è Gesù che fa il resto.

Avere fede allora vuol dire non fidarsi di sé, ma affidarsi a Dio, ascoltare le sue parole e metterle in pratica.

Non credo che nemmeno agli apostoli sia successo di vedere un gelso staccarsi dalla terra e andare a piantarsi nel mare… e nemmeno a noi succederà mai!

Però Gesù ci vuole far capire che, se abbiamo fede in lui, possiamo fare comunque dei miracoli. I nostri miracoli sono i piccoli atti d’amore che ogni giorno siamo chiamati a compiere per fare felice qualcuno.

Potrebbe essere aiutare nei compiti un amico anche se non ne abbiamo voglia… è la nostra fede in Gesù che ci dirà: “Dai Michele o Giorgia o… – ognuno di voi metta il proprio nome – datti da fare, aiuta il tuo compagno perché la sua gioia sarà anche la tua gioia quando poi lo vedrai felice!”.

Oppure potrebbe essere andare a trovare qualche anziano che vive da solo… quanto bisogno hanno gli anziani di qualcuno che faccia loro compagnia! E quanta gioia si ha nel cuore quando si vede che la nostra presenza dona loro un sorriso! Magari avremmo preferito starcene a casa a guardare la TV o fare qualcos’altro ed invece proprio la fede in Gesù ci ha spinti ad uscire per compiere questo atto d’amore.

Allora ognuno di voi provi a pensare a come potrebbe fare, pur con una fede grande come un granello di senape, a sradicare un gelso…

L’ultima considerazione che vorrei fare sui granelli di senape è questa: sono leggerissimi per cui il vento li trasporta ovunque. E dove cadono, proprio lì, attecchiscono, germogliano e diventano un grande albero, quasi di tre metri, come abbiamo visto all’inizio.

Cosa significa questo? Che la nostra fede, anche se piccolina, si può diffondere dappertutto, a partire dalla nostra famiglia, dal nostro condominio, dalla nostra classe, dal nostro quartiere. Può “contagiare” tutti…

Dimenticavo… tutti i granellini di senape, per germogliare, per crescere e diventare grandi arbusti, vanno curati, annaffiati, concimati…

Così anche la nostra piccola fede deve essere curata, proprio come i granellini.

Come? Stando sempre vicini a Gesù, seguendolo, camminando dietro a lui.

E quando si segue Gesù non si pretendono riconoscimenti, non ci si aspettano premi, perché ciò che si fa per il Signore lo si fa gratuitamente e bene. Lo si fa per amore
Commento a cura di Maria Teresa Visonà

———————————-
Ora riprendi il testo biblico e scegli ancora un versetto (può essere lo stesso),
e ripetilo guardando Gesù.

Alla luce di tutto quello che hai vissuto fino ad ora intercedi a favore dei tuoi fratelli e sorella di cellula e per le persone del tuo oikos, UNO PER UNO!

Settembre 3

Buona adorazione fratello e sorella evangelizzatore!

Per prima cosa prendi consapevolezza di essere alla presenza di Gesù.

Se puoi inginocchiati qualche istante.

Se vuoi ripeti le parole : Ricordati di me, Signore, nel tuo amore”

Fa il segno della croce lentamente guardando Gesù eucaristia.

(Non disdegnare questi riti introduttivi, se non ti piacciono crearne dei tuoi, ma hai bisogno di prendere consapevolezza di dove sei)

Ora invoca lo Spirito Santo senza il quale non si può pregare.

Possibile frase da ripetere più volte come invocazione:

“Vieni Santo Spirito, nella fatica sei riposo,nella calura, riparo,nel pianto, conforto.”

Prima di metterti in ascolto della Sua Parola, mettiti ora nell’atteggiamento giusto davanti a Lui lodandolo; puoi farlo con le parole del Salmo:

Pietà di me, o Dio, nel tuo amore;
nella tua grande misericordia
cancella la mia iniquità.
Lavami tutto dalla mia colpa,
dal mio peccato rendimi puro.

Crea in me, o Dio, un cuore puro,
rinnova in me uno spirito saldo.
Non scacciarmi dalla tua presenza
e non privarmi del tuo santo spirito.

Signore, apri le mie labbra
e la mia bocca proclami la tua lode.
Uno spirito contrito è sacrificio a Dio;
un cuore contrito e affranto tu, o Dio, non disprezzi.
 

Ora siamo pronti ad ascoltarlo:

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 15,1-32

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».

Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini, e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.

Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».

Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.

Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.

Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

Prima di leggere il commento,

scegli una frase del brano letto e ripetila più volte guardando Gesù 

Commento al Vangelo

«Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò» (v. 20). Quanta tenerezza; lo vide da lontano: cosa significa questo? Che il padre saliva sul terrazzo continuamente per guardare la strada e vedere se il figlio tornava; quel figlio che aveva combinato di tutto, ma il padre lo aspettava. Che cosa bella la tenerezza del padre! La misericordia del padre è traboccante, incondizionata, e si manifesta ancor prima che il figlio parli. Certo, il figlio sa di avere sbagliato e lo riconosce: «Ho peccato … trattami come uno dei tuoi salariati» (v. 19). Ma queste parole si dissolvono davanti al perdono del padre. L’abbraccio e il bacio di suo papà gli fanno capire che è stato sempre considerato figlio, nonostante tutto. E’ importante questo insegnamento di Gesù: la nostra condizione di figli di Dio è frutto dell’amore del cuore del Padre; non dipende dai nostri meriti o dalle nostre azioni, e quindi nessuno può togliercela, neppure il diavolo! Nessuno può toglierci questa dignità. Questa parola di Gesù ci incoraggia a non disperare mai. Penso alle mamme e ai papà in apprensione quando vedono i figli allontanarsi imboccando strade pericolose. Penso ai parroci e catechisti che a volte si domandano se il loro lavoro è stato vano. Ma penso anche a chi si trova in carcere, e gli sembra che la sua vita sia finita; a quanti hanno compiuto scelte sbagliate e non riescono a guardare al futuro; a tutti coloro che hanno fame di misericordia e di perdono e credono di non meritarlo… In qualunque situazione della vita, non devo dimenticare che non smetterò mai di essere figlio di Dio, essere figlio di un Padre che mi ama e attende il mio ritorno. Anche nella situazione più brutta della vita, Dio mi attende, Dio vuole abbracciarmi, Dio mi aspetta. (…) Il figlio maggiore, anche lui ha bisogno di misericordia. I giusti, quelli che si credono giusti, hanno anche loro bisogno di misericordia. Questo figlio rappresenta noi quando ci domandiamo se valga la pena faticare tanto se poi non riceviamo nulla in cambio. Gesù ci ricorda che nella casa del Padre non si rimane per avere un compenso, ma perché si ha la dignità di figli corresponsabili. Non si tratta di “barattare” con Dio, ma di stare alla sequela di Gesù che ha donato sé stesso sulla croce senza misura. (…)

I due fratelli non parlano fra di loro, vivono storie differenti, ma ragionano entrambi secondo una logica estranea a Gesù: se fai bene ricevi un premio, se fai male vieni punito; e questa non è la logica di Gesù, non lo è! (…) Il padre ha recuperato il figlio perduto, e ora può anche restituirlo a suo fratello! Senza il minore, anche il figlio maggiore smette di essere un “fratello”. La gioia più grande per il padre è vedere che i suoi figli si riconoscano fratelli. I figli possono decidere se unirsi alla gioia del padre o rifiutare. Devono interrogarsi sui propri desideri e sulla visione che hanno della vita. La parabola termina lasciando il finale sospeso: non sappiamo cosa abbia deciso di fare il figlio maggiore. E questo è uno stimolo per noi. Questo Vangelo ci insegna che tutti abbiamo bisogno di entrare nella casa del Padre e partecipare alla sua gioia, alla sua festa della misericordia e della fraternità. Fratelli e sorelle, apriamo il nostro cuore, per essere “misericordiosi come il Padre”!   (PAPA FRANCESCO; UDIENZA GENERALE di Mercoledì 11 maggio 2016)

Ora riprendi il testo biblico e scegli ancora un versetto (può essere lo stesso), 

e ripetilo guardando Gesù.

Alla luce di tutto quello che hai vissuto fino ad ora intercedi a favore dei tuoi fratelli e sorella di cellula e per le persone del tuo oikos, UNO PER UNO! 

Settembre 2

Buona adorazione fratello e sorella evangelizzatore!

Per prima cosa prendi consapevolezza di essere alla presenza di Gesù.

Se puoi inginocchiati qualche istante.

Se vuoi ripeti le parole : Signore, sei stato per noi un rifugio di generazione in generazione.

Fa il segno della croce lentamente guardando Gesù eucaristia.

(Non disdegnare questi riti introduttivi, se non ti piacciono crearne dei tuoi, ma hai bisogno di prendere consapevolezza di dove sei)

Ora invoca lo Spirito Santo senza il quale non si può pregare.

Possibile frase da ripetere più volte come invocazione:

“Vieni, Consolatore perfetto, ospite dolce dell’anima,dolcissimo sollievo.

Prima di metterti in ascolto della Sua Parola, mettiti ora nell’atteggiamento giusto davanti a Lui lodandolo; puoi farlo con le parole del Salmo:

Tu fai ritornare l’uomo in polvere,
quando dici: «Ritornate, figli dell’uomo».
Mille anni, ai tuoi occhi,
sono come il giorno di ieri che è passato,
come un turno di veglia nella notte. 
 
Tu li sommergi:
sono come un sogno al mattino,
come l’erba che germoglia;
al mattino fiorisce e germoglia,
alla sera è falciata e secca. 
 
Insegnaci a contare i nostri giorni
e acquisteremo un cuore saggio.
Ritorna, Signore: fino a quando?
Abbi pietà dei tuoi servi! 
 
Saziaci al mattino con il tuo amore:
esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni.
Sia su di noi la dolcezza del Signore, nostro Dio:
rendi salda per noi l’opera delle nostre mani,
l’opera delle nostre mani rendi salda. 
 

Ora siamo pronti ad ascoltarlo:

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 14,25-33
 
In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro:
 
«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.
Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.
Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.
Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».

Prima di leggere il commento,

scegli una frase del brano letto e ripetila più volte guardando Gesù 

Commento al Vangelo

Gesù, sempre spiazzante nelle sue proposte, indica tre condizioni per seguirlo. Radicali. La prima: Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Gesù punta tutto sull’amore. Lo fa con parole che sembrano cozzare contro la bellezza e la forza dei nostri affetti, la prima felicità di questa vita. Ma il verbo centrale su cui poggia la frase è: se uno non mi “ama di più”. Allora non di una sottrazione si tratta, ma di una addizione. Gesù non sottrae amori, aggiunge un “di più”. Il discepolo è colui che sulla luce dei suoi amori stende una luce più grande. E il risultato non è una sottrazione ma un potenziamento: Tu sai quanto è bello dare e ricevere amore, quanto contano gli affetti della famiglia, ebbene io posso offrirti qualcosa di ancora più bello. Gesù è la garanzia che i tuoi amori saranno più vivi e più luminosi, perché Lui possiede la chiave dell’arte di amare.
La seconda condizione: Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me. Non banalizziamo la croce, non immiseriamola a semplice immagine delle inevitabili difficoltà di ogni giorno, dei problemi della famiglia, della fatica o malattia da sopportare con pace. Nel Vangelo “croce” contiene il vertice e il riassunto della vicenda di Gesù: amore senza misura, disarmato amore, coraggioso amore, che non si arrende, non inganna e non tradisce.
La prima e la seconda condizione: amare di più e portare la croce, si illuminano a vicenda; portare la croce significa portare l’amore fino in fondo.
Gesù non ama le cose lasciate a metà, perché generano tristezza: se devi costruire una torre siediti prima e calcola bene se ne hai i mezzi. Vuole da noi risposte libere e mature, ponderate e intelligenti.
Ed elenca la terza condizione: chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo. La rinuncia che Gesù chiede non è un sacrificio, ma un atto di libertà: esci dall’ansia di possedere, dalla illusione che ti fa dire: “io ho, accumulo, e quindi sono e valgo”. “Un uomo non vale mai per quanto possiede, o per il colore della sua pelle, ma per la qualità dei suoi sentimenti “(M. L. King). “Un uomo vale quanto vale il suo cuore” (Gandhi).
Non lasciarti risucchiare dalle cose: la tua vita non dipende dai tuoi beni. Lascia giù le cose e prendi su di te la qualità dei sentimenti. Impara non ad avere di più, ma ad amare bene.
Gesù non intende impossessarsi dell’uomo, ma liberarlo, regalandogli un’ala che lo sollevi verso più libertà, più amore, più consapevolezza. Allora nominare Cristo, parlare di vangelo equivale sempre a confortare il cuore della vita. (Commento di Ermes Ronchi)

Ora riprendi il testo biblico e scegli ancora un versetto (può essere lo stesso), 

e ripetilo guardando Gesù.

Alla luce di tutto quello che hai vissuto fino ad ora intercedi a favore dei tuoi fratelli e sorella di cellula e per le persone del tuo oikos, UNO PER UNO! 

Settembre 1

Buona adorazione fratello e sorella evangelizzatore!

Per prima cosa prendi consapevolezza di essere alla presenza di Gesù.

Se puoi inginocchiati qualche istante.

Se vuoi ripeti le parole :“Hai preparato, o Dio, una casa per il povero”

Fa il segno della croce lentamente guardando Gesù eucaristia.

(Non disdegnare questi riti introduttivi, se non ti piacciono crearne dei tuoi, ma hai bisogno di prendere consapevolezza di dove sei)

Ora invoca lo Spirito Santo senza il quale non si può pregare.

Possibile frase da ripetere più volte come invocazione:
“Vieni, padre dei poveri, vieni, datore dei doni, vieni, luce dei cuori.”

Prima di metterti in ascolto della Sua Parola, mettiti ora nell’atteggiamento giusto davanti a Lui lodandolo; puoi farlo con le parole del Salmo:

I giusti si rallegrano,
esultano davanti a Dio
e cantano di gioia.
Cantate a Dio, inneggiate al suo nome:
Signore è il suo nome. 
 
Padre degli orfani e difensore delle vedove
è Dio nella sua santa dimora.
A chi è solo, Dio fa abitare una casa,
fa uscire con gioia i prigionieri. 
 
Pioggia abbondante hai riversato, o Dio,
la tua esausta eredità tu hai consolidato
e in essa ha abitato il tuo popolo,
in quella che, nella tua bontà,
hai reso sicura per il povero, o Dio. 

Ora siamo pronti ad ascoltarlo:

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 14,1.7-14
 
Avvenne che un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo.
Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cèdigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».
 
Disse poi a colui che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

Prima di leggere il commento,

scegli una frase del brano letto e ripetila più volte guardando Gesù 

Commento al Vangelo

Il banchetto è un vero protagonista del Vangelo di Luca.

Gesù era un rabbi che amava i banchetti, che li prendeva a immagine felice e collaudo del Regno: a tavola, con farisei o peccatori, amici o pubblicani, ha vissuto e trasmesso alcuni tra i suoi insegnamenti più belli. 

Gesù, uomo armonioso e realizzato, non separava mai vita reale e vita spirituale, le leggi fondamentali sono sempre le stesse. A noi invece, quello che facciamo in chiesa alla domenica o in una cena con gli amici sembrano mondi che non comunicano, parallele che non si incontrano. 
Torniamo allora alla sorgente: per i profeti il culto autentico non è al tempio ma nella vita; per Gesù tutto è sillaba della Parola di Dio: il pane e il fiore del campo, il passero e il bambino, un banchetto festoso e una preghiera nella notte. Sedendo a tavola, con Levi, Zaccheo, Simone il fariseo, i cinquemila sulla riva del lago, i dodici nell’ultima sera, faceva del pane condiviso lo specchio e la frontiera avanzata del suo programma messianico. 


Per questo invitare Gesù a pranzo era correre un bel rischio, come hanno imparato a loro spese i farisei. Ogni volta che l’hanno fatto, Gesù gli ha messo sottosopra la cena, mandandoli in crisi, insieme con i loro ospiti. Lo fa anche in questo Vangelo, creando un paradosso e una vertigine. 

Il paradosso: vai a metterti all’ultimo posto, ma non per umiltà o modestia, non per spirito di sacrificio, ma perché è il posto di Dio, che «comincia sempre dagli ultimi della fila» (don Orione) e non dai cacciatori di poltrone. 

Il paradosso dell’ultimo posto, quello del Dio “capovolto”, venuto non per essere servito, ma per servire. Il linguaggio dei gesti lo capiscono tutti, bambini e adulti, teologi e illetterati, perché parlano al cuore. E gesti così generano un capovolgimento della nostra scala di valori, del modo di abitare la terra. Creano una vertigine: Quando offri una cena invita poveri, storpi, zoppi, ciechi.

Riempiti la casa di quelli che nessuno accoglie, dona generosamente a quelli che non ti possono restituire niente. 

La vertigine di una tavolata piena di ospiti male in arnese mi parla di un Dio che ama in perdita, ama senza condizioni, senza nulla calcolare, se non una offerta di sole in quelle vite al buio, una fessura che si apre su di un modo più umano di abitare la terra insieme.
E sarai beato perché non hanno da ricambiarti. 

Che strano: poveri storpi ciechi zoppi sembrano quattro categorie di persone infelici, che possono solo contagiare tristezza; invece sarai beato, troverai la gioia, la trovi nel volto degli altri, la trovi ogni volta che fai le cose non per interesse, ma per generosità. Sarai beato: perché Dio regala gioia a chi produce amore.

(da Avvenire, Padre Ermes Ronchi giovedì 29 agosto 2019 )

Ora riprendi il testo biblico e scegli ancora un versetto (può essere lo stesso), 

e ripetilo guardando Gesù.

Alla luce di tutto quello che hai vissuto fino ad ora intercedi a favore dei tuoi fratelli e sorella di cellula e per le persone del tuo oikos, UNO PER UNO! 

Adorazione agosto 2019

Buona adorazione fratello e sorella evangelizzatore!

Per prima cosa prendi consapevolezza di essere alla presenza di Gesù.

Se puoi inginocchiati qualche istante.

Se vuoi ripeti le parole :“IO SONO IL PANE DI VITA DISCESO DAL CIELO”

Fa il segno della croce lentamente guardando Gesù eucaristia.

(Non disdegnare questi riti introduttivi, se non ti piacciono creane dei tuoi, ma hai bisogno di prendere consapevolezza di dove sei)

Ora invoca lo Spirito Santo senza il quale non si può pregare.

Possibile frase da ripetere più volte come invocazione:
“VIENI SANTO SPIRITO MANDA A ME DAL CIELO UN RAGGIO DELLA TUA LUCE”

Prima di metterti in ascolto della Sua Parola, mettiti ora nell’atteggiamento giusto davanti a Lui lodandolo,

Puoi farlo con le parole del Salmo:

Alleluia.

Lodate Dio nel suo santuario,
lodatelo nel suo maestoso firmamento.

Lodatelo per le sue imprese,
lodatelo per la sua immensa grandezza.

Lodatelo con il suono del corno,
lodatelo con l’arpa e la cetra.

Lodatelo con tamburelli e danze,
lodatelo sulle corde e con i flauti.

Lodatelo con cimbali sonori,
lodatelo con cimbali squillanti.

Ogni vivente dia lode al Signore.

Alleluia

Siamo pronti ad ascoltarlo

IL BUON SAMARITANO

Lc 10, 25-37

25Un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova: «Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?». 26Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?». 27Costui rispose: « Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso». 28E Gesù: «Hai risposto bene; fa questo e vivrai».

29Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è il mio prossimo?». 30Gesù riprese:

 «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. 31Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte. 32Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. 33Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione. 34Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. 35Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. 36Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?». 37Quegli rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ lo stesso»

Prima di leggere il commento, scegli una frase del brano letto e ripetila più volte guardando Gesù

COMMENTO

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi riflettiamo sulla parabola del buon samaritano (cfr Lc 10,25-37). Un dottore della Legge mette alla prova Gesù con questa domanda: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?» (v. 25). Gesù gli chiede di dare lui stesso la risposta, e quello la dà perfettamente: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso» (v. 27). Gesù allora conclude: «Fa’ questo e vivrai» (v. 28).

Allora quell’uomo pone un’altra domanda, che diventa molto preziosa per noi: «Chi è mio prossimo?» (v. 29), e sottintende: “i miei parenti? I miei connazionali? Quelli della mia religione?…”. Insomma, vuole una regola chiara che gli permetta di classificare gli altri in “prossimo” e “non-prossimo”, in quelli che possono diventare prossimi e in quelli che non possono diventare prossimi.

E Gesù risponde con una parabola, che mette in scena un sacerdote, un levita e un samaritano. I primi due sono figure legate al culto del tempio; il terzo è un ebreo scismatico, considerato come uno straniero, pagano e impuro, cioè il samaritano. Sulla strada da Gerusalemme a Gerico il sacerdote e il levita si imbattono in un uomo moribondo, che i briganti hanno assalito, derubato e abbandonato. La Legge del Signore in situazioni simili prevedeva l’obbligo di soccorrerlo, ma entrambi passano oltre senza fermarsi. Erano di fretta… Il sacerdote, forse, ha guardato l’orologio e ha detto: “Ma, arrivo tardi alla Messa… Devo dire Messa”. E l’altro ha detto: “Ma, non so se la Legge me lo permette, perché c’è il sangue lì e io sarò impuro…”. Vanno per un’altra strada e non si avvicinano. E qui la parabola ci offre un primo insegnamento: non è automatico che chi frequenta la casa di Dio e conosce la sua misericordia sappia amare il prossimo. Non è automatico! Tu puoi conoscere tutta la Bibbia, tu puoi conoscere tutte le rubriche liturgiche, tu puoi conoscere tutta la teologia, ma dal conoscere non è automatico l’amare: l’amare ha un’altra strada, occorre l’ intelligenza, ma anche qualcosa di più… Il sacerdote e il levita vedono, ma ignorano; guardano, ma non provvedono. Eppure non esiste vero culto se esso non si traduce in servizio al prossimo. Non dimentichiamolo mai: di fronte alla sofferenza di così tanta gente sfinita dalla fame, dalla violenza e dalle ingiustizie, non possiamo rimanere spettatori. Ignorare la sofferenza dell’uomo, cosa significa? Significa ignorare Dio! Se io non mi avvicino a quell’uomo, a quella donna, a quel bambino, a quell’anziano o a quell’anziana che soffre, non mi avvicino a Dio.

Ma veniamo al centro della parabola: il samaritano, cioè proprio quello disprezzato, quello sul quale nessuno avrebbe scommesso nulla, e che comunque aveva anche lui i suoi impegni e le sue cose da fare, quando vide l’uomo ferito, non passò oltre come gli altri due, che erano legati al Tempio, ma «ne ebbe compassione» (v. 33). Così dice il Vangelo: “Ne ebbe compassione”, cioè il cuore, le viscere, si sono commosse! Ecco la differenza. Gli altri due “videro”, ma i loro cuori rimasero chiusi, freddi. Invece il cuore del samaritano era sintonizzato con il cuore stesso di Dio. Infatti, la “compassione” è una caratteristica essenziale della misericordia di Dio. Dio ha compassione di noi. Cosa vuol dire? Patisce con noi, le nostre sofferenze Lui le sente. Compassione significa “compartire con”. Il verbo indica che le viscere si muovono e fremono alla vista del male dell’uomo. E nei gesti e nelle azioni del buon samaritano riconosciamo l’agire misericordioso di Dio in tutta la storia della salvezza. E’ la stessa compassione con cui il Signore viene incontro a ciascuno di noi: Lui non ci ignora, conosce i nostri dolori, sa quanto abbiamo bisogno di aiuto e di consolazione. Ci viene vicino e non ci abbandona mai. Ognuno di noi, farsi la domanda e rispondere nel cuore: “Io ci credo? Io credo che il Signore ha compassione di me, così come sono, peccatore, con tanti problemi e tanti cose?”. Pensare a quello e la risposta è: “Sì!”. Ma ognuno deve guardare nel cuore se ha la fede in questa compassione di Dio, di Dio buono che si avvicina, ci guarisce, ci accarezza. E se noi lo rifiutiamo, Lui aspetta: è paziente ed è sempre accanto a noi.

Il samaritano si comporta con vera misericordia: fascia le ferite di quell’uomo, lo trasporta in un albergo, se ne prende cura personalmente e provvede alla sua assistenza. Tutto questo ci insegna che la compassione, l’amore, non è un sentimento vago, ma significa prendersi cura dell’altro fino a pagare di persona. Significa compromettersi compiendo tutti i passi necessari per “avvicinarsi” all’altro fino a immedesimarsi con lui: «amerai il tuo prossimo come te stesso». Ecco il Comandamento del Signore.

Conclusa la parabola, Gesù ribalta la domanda del dottore della Legge e gli chiede: «Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?» (v. 36). La risposta è finalmente inequivocabile: «Chi ha avuto compassione di lui» (v. 27). All’inizio della parabola per il sacerdote e il levita il prossimo era il moribondo; al termine il prossimo è il samaritano che si è fatto vicino. Gesù ribalta la prospettiva: non stare a classificare gli altri per vedere chi è prossimo e chi no. Tu puoi diventare prossimo di chiunque incontri nel bisogno, e lo sarai se nel tuo cuore hai compassione, cioè se hai quella capacità di patire con l’altro.

Questa parabola è uno stupendo regalo per tutti noi, e anche un impegno! A ciascuno di noi Gesù ripete ciò che disse al dottore della Legge: «Va’ e anche tu fa’ così» (v. 37). Siamo tutti chiamati a percorrere lo stesso cammino del buon samaritano, che è figura di Cristo: Gesù si è chinato su di noi, si è fatto nostro servo, e così ci ha salvati, perché anche noi possiamo amarci come Lui ci ha amato, allo stesso modo.

(Papa Francesco)

Ora riprendi il testo biblico e scegli ancora un versetto (può essere lo stesso), e ripetilo guardando Gesù.

Alla luce di tutto quello che hai vissuto fino ad ora intercedi a favore dei tuoi fratelli e sorella di cellula e per le persone del tuo oikos, UNO PER UNO!…la tua adorazione è un dono per loro